This is pomeriggio, saved on 2020-12-29.

#1

Un tono di voce e il senso di malessere, il disagio che riverbera nel corpo, materializza l’aura emanata da un elemento discorde, non allineato. Forse questo è quello che ho sempre provato, fin da bambino, non mi spiegavo la capacità di una situazione (di un segnale, di un suono, di una voce) di manifestarsi pungente sullo stomaco, di restare lì, una presenza non voluta prima di dissolversi piano.

#2

Ascoltare oltre la superficie opaca di un iceberg che attraversa un lago glaciale porta l’attenzione a concentrarsi sull’ambiente circostante: sugli otturatori dei turisti che fotografano lo sciogliersi di una parete di ghiaccio, sul frangersi di una enorme scheggia che precipita in acqua con un tonfo sordo. Ascoltare il vociare e le urla dei turisti rapiti da un simile spettacolo, i richiami degli autobus che li aspettano, pronti a ripartire verso la prossima attrazione, i ronzii dei droni sospesi a mezz’aria che tentano di riprendere la scena da una nuova prospettiva, e contemporaneamente i versi degli uccelli che si impongono con forza sul contesto. Ciascuno di questi accadimenti riverbera con forza nell’ambiente sonoro, si impone nella dimensione acustica del lago glaciale. Per le orecchie che lo ascoltano ciascun suono è eco di una presenza, ovvero descrive un segno umano e non umano che si imprime nell’ambiente e ne influenza i caratteri, rimanda alle parti di un insieme, a una ecologia acustica. Ascoltare una simile atmosfera condiziona quindi la capacità di rivolgersi all’opacità del ghiaccio che si scioglie, alle pratiche che si relazionano a questa trasformazione di stato, alle politiche in grado di orientare il rapporto tra questi elementi, tra questi attori umani e non umani. Allora ascoltando oltre la superficie opaca del mondo è possibile inaugurare nuove alleanze tra umano e non-umano: negoziare con essi una nuova ecologia politica.

Di Croce, N. (2020), Opaco, “Vesper Rivista di architettura, arti e teoria”, n.3, p. 213).

#3

Ascoltare il segno di quello che resta di un paese è un viaggio nelle intimità di chi resiste, di chi è assuefatto, di chi ha fatto propri questi spazi, se ne impossessa e guarda lo straniero con diffidenza. Io mi fermo ad ascoltare l’acqua che scorre sotto una scalinata voltata, che scivola sulla pietra dalla pompa di una mamma che si diverte a bagnare il suo bambino nudo tra i vicoli. Mi fermo ad ascoltare le anime, gli interni delle case e le loro abitudini, le voci dei programmi televisivi, le musiche della radio, i discorsi disarticolati delle convivenze domestiche.

#4

Le finestre aperte portavano a casa i lamenti di un mendicante. Mi sono avvicinato più volte fino a farmi riconoscere, siamo diventati amici. La sua è la richiesta di aiuto intonata in un mantra che quasi scompare, confonde il significato per restare suono incessante, si incanala nella calle di Castelforte. Questa presenza irradia l’atmosfera fino a riverberare il senso stesso della sua sofferenza, l’impossibilità di poterlo aiutare fino in fondo. Quella voce mi ha attratto, mi ha chiamato a sé, ha colorato gli interni di casa nella luce della tarda mattina, ha iniziato a insinuarsi come una nenia esplicitando il mio essere al riparo, il distacco da quell’angolo soleggiato abitato dal suo timbro. Un ascolto prolungato, incessante. Può un ascolto prolungato riuscire a farmi entrare nel vivo di un messaggio? In che misura questa esposizione è in grado di modificarmi? Di trasformare la maniera in cui comprendo quella che può sembrare una semplice richiesta di aiuto? Posso allora provare ad accogliere il messaggio dissidente, accordarmi, sintonizzarmi, cercare di restare presente, di evitare che sia assorbito dall’abitudine, lasciare che scavi sottopelle cercando di non evitare il confronto.

#5

Un ragazzo africano è all’angolo della strada ogni mattina, anche se distolgo lo sguardo la sua voce trema e mi fa tremare, la sua richiesta di aiuto è scomoda perché mette a nudo la follia dei tracciati di pensiero su cui mi sono comodamente adagiato. Come valuto, attraverso la sua voce, questi binari paralleli?

Capita che l’ascolto mi riporti in vita, mi sostenga nella scelta di slittare fuori dalle linee bianche della carreggiata, quelle linee che spostano l’interpretazione di un tono di voce dal fastidio al tentativo di comprensione. Capita che l’ascolto metta in gioco la mia capacità di penetrare un esodo, una diversità così rumorosa.

(Di Croce, N. (2018) “Sedotti da un’altra strada, deviano, si perdono, e producono”, Il lavoro culturale, on line)

#6

Quali tonalità affettive colorano lo spazio? E perché alcune sono accolte, altre respinte? I bambini giocano in campo, cammino tra le loro grida provando a evitare di entrare nel perimetro immaginario della partita. Il brusio è al centro, rompe la quiete del primo pomeriggio, lascia spazio a toni di voce più maturi, ugualmente entusiasti ma sfortunatamente meno fortunati. È il brusio condannato del popolo degli aperitivi che sopraggiunge alle urla del gioco, la tonalità vira senza decrescere d’intensità, circondata da lamenti.

#7

Continuo a camminare, nessun altro intorno. Improvvisamente una voce, una conversazione telefonica, l’oggetto è fin troppo scontato. Pensando al comfort, al disturbo, alla capacità di un suono di caratterizzare così fortemente l’atmosfera di questi giorni mi rendo conto che l’unico elemento a cui posso aggrapparmi in questo momento è il rumore dei miei passi. Un pomeriggio grigio e silenzioso, eco distanti che filtrano dagli appartamenti, la mancanza di gran parte dei miei abituali punti di riferimento. Non riesco a identificare segnali fastidiosi o sgradevoli, tutto è stato silenziato da una norma. Tuttavia quello che mi mette a disagio è la carenza di punti d’appoggio, il vuoto, l’assenza di un capro espiatorio a cui indirizzare il mio straniamento, nessun’altra parola per descriverlo.

#8

Dov’è la natura? I segni dell’umano impigliati in ogni piega di questo ambiente, impossibile sottrarsi, impossibile evitare di ascoltarli. Strano anche solo pensare all’idea di un angolo incontaminato, quando l’aria è satura, l’ambiente sonoro raccoglie le eco dei detriti, dei rifiuti, dei rombi, di presenze aliene, minacciose, spietate. Tuttavia è questa ineludibilità ad avvicinarmi alla stratificazione di suoni che danno forma ai margini che mi ritrovo a esplorare, a farmi riconoscere una estetica, una capacità attrattiva, quasi ipnotica, che mi immobilizza di fronte al disastro e mi chiede di contemplarlo.

#1

“by ‘the atmosphere of a city’ we understand something characteristic, that is, something peculiar to the city, what makes it individual and therefore cannot be communicated in general concepts. That does not, however, mean that we cannot talk about the atmosphere of a city; we shall see that that is indeed possible; rather, what it means is that atmosphere is something that has to be sensed in order to understand what is really at stake when we talk about atmosphere. The atmosphere of a city is precisely the way life unfolds within the city.” (p. 128)

Bohme, G. (2017), Thibaud, J.-P. (Ed.). The Aesthetics of Atmospheres. London, New York: Routledge.

#2

“At the centre of our (aesthetic and phenomenological) interest there is, therefore, atmosphere – and here is a first, approximate, definition – as a qualitative-sentimental prius, spatially poured out, of our sensible encounter with the world.” (p. 5)

Griffero, T. (2010) Atmospheres: Aesthetics of Emotional Spaces, trans. S. de Sanctis, Surrey: Ashgate, 2014.

#3

“the notion of ambiance can help us to move the focus from physical space – from the organization of architectural and urban elements – to what will be the affective or experienced space.” (p. 40)

Thibaud, J-P. (2015). The backstage of urban ambiances: when atmospheres pervade everyday experience. Emotions, Space and Society, 15: 39-46

#4

“Atmospheres do not merely exist as simultaneity of human beings and material culture, but also as a temporal dimension: atmospheres change. Atmospheres are susceptible to how the material environment changes, to changing human values and cultural premises.” (p. 34)

Bille, M., Bjerregaard, P. and Sørensen T. F. (2015), Staging atmospheres: materiality, culture, and the texture of the in-between, Emotion, Space and Society 14: 31-38.

#5

“[Spinoza] was referring to a body's capacity to enter into relations of movement and rest. This capacity he spoke of as a power (or potential) to affect or be affected. The issue, after sensation, perception, and memory, is affect.” (p. 15)

Massumi, B.(2002), Parables for the Virtual, London & Durham, Duke University Press.

#6

“Affective atmospheres are a class of experience that occur before and alongside the formation of subjectivity, across human and non-human materialities, and in-between subject/object distinctions […] As such, atmospheres are the shared ground from which subjective states and their attendant feelings and emotions emerge.” (p. 78)

Anderson, B. (2009) Affective atmospheres, Emotion, Space and Society, 2-2: 77-81.

#7

“Positioned in the middle, affective atmospheres unsettle distinctions between subject/object and can be seen as part of the wider post-humanist corrective to idealism and the construction of an ontology where ‘the intellectual and the corporeal are equal expressions of being’ (Hardt, 1993: 74). For the affective study of cities, the indication is a post-anthropocentric way of thinking about place as not only as fluid or in flux but also as expressive of material agency.” (p. 235)

Buser, M. (2014). Thinking through non-representational and affective atmospheres in planning theory and practice, Planning Theory, 13(3): 227-243.

Quoted

Hardt M (1993) Gilles Deleuze: An Apprenticeship in Philosophy. Minneapolis, MN: University of Minnesota Press.

#8

“This theorisation of affect […] is useful in relation to sound because it draws attention to how sound propagates through bodies of many different kinds, both human and non-human. Sound has been theorised as relational, a force that connects bodies (LaBelle, 2010), but thinking of sound as affect goes further to recognise that ‘[s]ound does not just connect things; it changes them.’ (Kanngieser, 2015, 81)” (p. 43)

Gallagher, M. (2016), Sound as affect: Difference, power and spatiality, Emotion, Space and Society, 20: 42-48.

Quoted

Kanngieser, A. (2015) Geopolitics and the Anthropocene: Five Propositions for Sound, GeoHumanities, 1:1, 80-85.

LaBelle, B., (2010) Acoustic Territories: Sound Culture and Everyday Life. Continuum, London.

#9

“Working within and through spaces, sound creates affective atmospheres via vibrations, pitches, volumes, frequencies, harmonies and disharmonies. These sounds can be conducive to particular psychosomatic states in listening bodies. For instance, in humans, low frequencies have a tendency to produce queasiness, while oceanic rhythms may have calming affects.” (p. 9)

Gallagher, M., A. Kanngieser, J. Prior (2016), Listening Geographies: Landscape, Affect and Geotechnologies, Progress in Human Geography, 1-20, pp. 618-37.

#10

“Affective tonality can be felt as mood, ambience, or atmosphere. As film sound designers know only too well, certain frequencies can produce an affective tonality of fear in which the body is left poised in anticipation, expectant of incoming events: every pore listens for the future. Just think of the uneasy listening of atonal or discordant sound, or the sense of dread induced by low-frequency drones. […] As such, and unlike an emotional state, affective tonality possesses, abducts, or envelops a subject rather than being possessed by one.” (p.189)

S. Goodman (2010), Sonic Warfare: Sound Affect and the Ecology of Fear, Cambridge (MA), Mit Press.

#11

“How should we theorize the relationship between space and subjectivity? The complexity of urban soundscapes exemplifies the spatial porosity of atmospheres and the uncertain distinction between what constitutes ‘inside’ and ‘outside’. Sound can engender a diversity of affective states such as anxiety, excitement, or indifference. Acoustic spaces range from that of a room or street to concert halls or even an entire metropolitan region if the listener or sound source is moving through space.” (p. 358)

Gandy, M. (2017). Urban atmospheres, Cultural Geographies, 24(3): 353-374.

#12

“Sound creates atmospheres through its pitches, tones, volumes, frequencies and rhythms, which penetrate and travel through material and immaterial matter across distances, filling spaces within and between bodies. The vibrational force of sound makes it almost impossible to escape as it is tactilely felt as much as it is heard; it travels through the air in waves, which are as uncontainable and unrepresentable as they are damaging.” (p. 82)

Feigenbaum, A., Kanngieser, A. (2015), For a Politics of Atmospheric Governance, Dialogues in Human Geography, 5, 1, pp. 80-4.

#13

“Yet we want to question the role of staging atmospheres in the formation of power, and instead explore atmosphere as a space of political formation that underlies the realm of discursive politics, but cannot be controlled in any simple and unambiguous way by political agents.” (p. 34)

Bille, M., Bjerregaard, P. and Sørensen T. F. (2015), Staging atmospheres: materiality, culture, and the texture of the in-between, Emotion, Space and Society 14: 31-38.

#14

“I suggest the concept of atmosphere, namely an attempt at understanding affective occurrences as collective, spatial and elemental. Even immersed into atmospheres however, one cannot fail to notice that they are also legally determined.” (p. 2)

Philippopoulos-Mihalopoulos, A. (2012), Atmospheres of Law: Senses, Affects, Lawscapes, Emotion, Space and Society, 2, 6.

#15

“I argue that the ontological horizons of human societies are changing as a result of a series of developments which allow what I will call […] the security-entertainment complex to come into being, a complex made up of two particular linked assemblages which have gained increasing purchase by feeding off each other. The security-entertainment complex has replaced the military-industrial complex as the main creator of an exaggerated humanity. It produces a stance towards the world which is naturally experimental and which is able, to use a Humean phrase, to employ technology to make this experimental stance ‘irresistible’. ”

Thrift, N. (2011), ‘Lifeworld Inc – And what to do about it’, Environment and Planning D: Society and Space, 29 (2011): 5.

Castelforte (Venezia, 2017)

Route 1 (Islanda, 2017)

Isole (Laguna di Venezia, 2017)

Furnas (Azzorre, 2017)

Quintinio Sella (Novara, 2018)

Scafa (Cagliari, 2018)

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